Rassegna stampa

Turandot a Sassari

GBOpera.it

di Gabriele Verdinelli

Comincia nel migliore dei modi la rinnovata direzione artistica dell’Ente Concerti Marialisa de Carolis: la seconda loggia del Teatro Comunale finalmente affollata per l’apertura, premia nei fatti le scelte del nuovo direttore artistico Stefano Garau per la stagione lirica di quest’anno. Sicuramente i titoli popolari del cartellone hanno aiutato: però trecento abbonamenti in più, in un periodo non certamente favorevole per il teatro musicale storico, sono sicuramente anche il frutto di un accurato lavoro sul territorio.
Poi, in fin dei conti, possiamo considerare Turandot un’opera popolare? Per la notissima sigla di cui sarebbe da invocare al più presto un salutare fermo biologico? L’ultima opera di Puccini è limitata in realtà a due minuti di musica, almeno per il grosso pubblico che purtroppo non conosce le numerose bellezze di una partitura, pur discontinua nella sua incompiutezza, che fa rimpiangere la scomparsa prematura del suo autore. In effetti riascoltarla dal vivo fa riemergere ancora una volta non solo la modestia musicale del finale scritto da Franco Alfano, ma soprattutto la drammaturgia irrisolta del lieto fine posticcio con cui la conosciamo. In attesa che qualcuno abbia il coraggio di commissionare a un librettista e a un compositore un nuovo atto o, perché no, anche un’opera “sequel”, si moltiplicano oggigiorno le esecuzioni che preferiscono non a caso terminare l’opera con la morte di Liù. Oltre al finale le problematiche musicali sono legate anche all’eclettismo dell’opera, con l’autore perennemente in bilico tra l’ammirazione per le più avanzate soluzioni “moderniste” dell’epoca (Puccini possedeva persino una partitura del Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg con dedica richiesta all’autore!) e la necessità di non scontentare il proprio pubblico più tradizionale e affezionato al suo semplice afflato melodico. Il direttore Francesco Ivan Ciampa riesce complessivamente nella difficile impresa di coniugare queste due anime mantenendo sempre un respiro delle frasi largo e cantabile, una bella mobilità agogica, ma talvolta eccedendo con l’enfasi. È stata ammirevole comunque la cura di certe sonorità orchestrali particolarmente raffinate che, nelle insolite combinazioni timbriche (almeno per il melodramma italiano dell’epoca…), sembrano volgersi verso certa scuola francese o i lavori poco precedenti di Igor Stravinsky. Specialmente nell’affollatissimo primo atto sarebbe stato forse meglio un taglio ritmico maggiormente preciso e incalzante, ma nel complesso la conduzione dell’opera è stata convincente anche per il buon contatto, era ora, tra orchestra e palcoscenico.
Anche l’allestimento scenico, oltre a risolvere la difficoltà del finale, si trova a dover scegliere tra le diverse anime dell’opera. Fiaba? Lettura inconscia e onirica? Parabola sulla morte e l’inesausto mistero della seduzione? Lo spettacolo di Filippo Tonon, ripreso dal Teatro Nazionale Sloveno di Maribor, ha risolto apparentemente senza porsi grandi interrogativi e puntando su una strada estetizzante, descrittiva e di impatto immediato. La scenografia, piuttosto essenziale, era fondamentalmente basata su un piano inclinato gradinato, con punto di fuga sopraelevato esaltato da alcune pannellature; il tutto immerso in colori scuri e neutri. Dei parallelepipedi trasparenti scorrevoli in senso trasversale hanno assolto a molteplici compiti: scenografia indicativa, luoghi deputati e, soprattutto, funzionale elemento dinamico. Il colore era affidato alle luci e ai sontuosi costumi di Cristina Aceti mentre la dominante fissità da tableau vivant veniva interrotta soprattutto dai bei movimenti del coro e del terzetto dei ministri, residuo grottesco delle maschere nella fiaba originale ispiratrice di Carlo Gozzi. Le scene d’insieme erano anche ulteriormente decorate da sfilate di comparse e semplici movimenti coreografici, apparsi però francamente banali e superflui in alcune situazioni. L’insieme è stato gradevole e abbastanza equilibrato nelle varie scene, ma con un effetto più povero nei momenti intimisti, come il difficile duetto del finale. Comunque anche nell’uso intelligente dei punti di attenzione e nella distribuzione dei volumi, il regista ha saputo mettere in scena uno spettacolo sicuramente funzionale ed efficiente per i particolari spazi del Comunale.
Complessivamente equilibrato e amalgamato anche l’insieme degli interpreti che si è presentato ben coordinato nelle intenzioni musicali e sceniche. Walter Fraccaro nel ruolo di Calaf ha disegnato un protagonista con poche sfumature ma efficace nel predominante aspetto eroico e audace del personaggio. Sostenuto da una buona facilità soprattutto nel registro acuto, ha bel colore e un discreto volume ma è apparso talvolta meno preciso nel registro grave e centrale, fondamentale, per esempio, nella scena dei tre enigmi. Ha superato comunque senza difficoltà tutti i momenti topici della parte, compresa l’iconica Nessun dorma, bissata, ma senza una vera richiesta del pubblico. Nel ruolo del titolo ha prestato la sua sontuosa vocalità il soprano sloveno Rebeka Lokar che scolpisce una figura decisamente monolitica e refrattaria a vere e proprie differenze dinamiche: dotata di una vocalità ampia, scura e vibratissima è apparsa a proprio agio soprattutto nella parte della dea irraggiungibile, ma assai meno nel finale dove sono fondamentali le sfumature e la raffinatezza del fraseggio per dare un minimo di credibilità all’epilogo dell’opera. Comunque la sua figura contrasta perfettamente in tutti gli aspetti con la Liù di Elisa Balbo, creando alla fine un’interessante dicotomia funzionale alle dinamiche della scrittura drammaturgica. La Balbo presenta infatti una vocalità leggera, chiara e movimentata da un interessante flusso dinamico che la porta a fraseggiare sempre con convinzione e ottima espressione: in Tu che di gel sei cinta ha trovato degli accenti commoventi e la semplicità quasi infantile di un personaggio sicuramente lontano dalle vocalità importanti delle grandi interpreti, ma comunque fresco e interessante.
Notevole l’ottimo Timur di Vladimir Sazdovsky che, nonostante la giovane età, ha delineato un personaggio perfettamente credibile nella recitazione e nella bellissima vocalità, ampia, scura, omogenea in tutti i registri e utilizzata con un fraseggio vario e intelligente: da risentire al più presto anche in ruoli maggiormente impegnativi.
Ha completato il cast dei protagonisti il terzetto dei ministri che hanno mostrato il meglio soprattutto nella spigliata recitazione e nelle geometrie dei movimenti richiesti dalla regia. Vocalmente sono apparsi più a fuoco Ping e Pong, interpretati da Enrico Marrucci e Manuel Pierattelli rispetto al Pang di Cosimo Vassallo, ma l’insieme è apparso sempre abbastanza equilibrato e preciso nelle dinamiche.
Enrico Zara, l’imperatore Altoum, e Nicola Ebau, impegnato nella frase d’esordio dell’opera come Mandarino, se la sono cavata onorevolmente grazie a una vocalità piacevole ma un po’ esile per il ruolo e gli spazi del Comunale, mentre le due ancelle sono state correttamente interpretate da Veronica Abozzi e Maria Ladu.
Ottima l’orchestra dell’Ente Concerti messa a dura prova da un organico e una scrittura che esulano dal tradizionale repertorio del melodramma italiano. Buona anche l’intonazione in un’orchestrazione ricca di colori “gelidi” che presenta spesso ampi intervalli verticali, scoperti e pericolosi nel registro acuto. Una menzione va sicuramente all’ampia sezione delle percussioni, responsabile di numerosi passaggi coloristici assai delicati e soprattutto agli ottoni, compatti nel colore ed equilibrati nelle dinamiche. Ma per tutti, sicuramente ben guidati dal direttore, colpisce l’adattabilità a uno stile e a un mordente ritmico-timbrico, nel controllo del vibrato e nella precisione del suono, che ben testimonia la posizione dell’opera nel pieno del 900 storico europeo. La stessa adattabilità non è stata riscontrabile nel Coro dell’Ente Concerti, istruito da Antonio Costa, che è apparso più legato ai soliti modelli nell’emissione e nella proiezione del suono. Turandot è l’unica opera “corale” di Puccini, notoriamente ingrato nel trattamento della massa vocale che, nell’occasione, è impegnata notevolmente e in pagine che si avvicinano per difficoltà e caratterizzazione ai capolavori del sinfonismo moderno. Il risultato nel complesso è stato pienamente sufficiente: buono l’impatto d’insieme, ottimo l’impegno e il risultato nei movimenti scenici, specialmente nel primo atto, ma sono stati evidenti alcuni problemi ritmici nel coordinamento con l’orchestra e nell’equilibrio e la fusione tra le batterie maschili e femminili, penalizzate queste ultime nel registro grave e da un’emissione poco omogenea. Adeguato anche il coro di voci bianche dell’Associazione Musicale Rossini “Le Note Colorate”, ben preparato da Claudia Dolce, impegnato in una delle melodie popolari della tradizione cinese recuperate dall’autore per l’ambientazione dell’opera.
Il pubblico, sicuramente soddisfatto, ha applaudito con convinzione tutti gli interpreti, con un’evidente preferenza-simpatia per Calaf e Liù.

L'opera

Turandot

Manca dal 2000 a Sassari Turandot, l'ultima, enigmatica opera di Giacomo Puccini. Allora fu una "prima" per l'Ente Concerti, che mai l'aveva proposta nella sua cinquantennale storia: in...

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