Rassegna stampa

Il Rossini della migliore tradizione

Sardegnadies.it

di Luca Foddai
Un “Barbiere” come piace al pubblico non solo dei melomani, nel solco della tradizione vocale, dell’allestimento e dell’iconografia dei personaggi, con Bartolo agghindato da Bartolo e Don Basilio da Don Basilio. Ben sette minuti di applausi ininterrotti, come racconta la cronaca della prima di venerdì, hanno dimostrato l’apprezzamento di tutti coloro che hanno riempito il Teatro Comunale di Cappuccini, per un tutto esaurito da 1400 spettatori, che fa capire quanto una nuova rappresentazione del capolavoro di Rossini fosse attesa a Sassari. Anche per cancellare la memoria dell’allestimento del 2010, che gli appassionati ancora ricordano con malcelato disagio. Stavolta “Il Barbiere di Siviglia”, la terza proposta in cartellone per la stagione lirica 2017 dell’Ente Concerti Marialisa de Carolis, non ha deluso le aspettative e ha ripagato le attese, non solo degli appassionati.
Quando fu rappresentato per la prima volta al Teatro Argentina di Roma il 20 febbraio del 1816 “Il Barbiere di Siviglia” fu un fiasco clamoroso. Ma quella contestazione, come ben ricostruisce il grande regista Mario Monicelli nel bel film “Rossini! Rossini!” del 1991, fu in realtà organizzata. Tanto che nelle repliche successive lo spettacolo conquistò un grande successo. Il “Barbiere” diventò così una delle pietre miliari della musica italiana e non solo. Icona della tradizione belcantistica, il capolavoro rossiniano poté contare anche sul libretto di Cesare Sterbini, che adottò una lingua contemporanea, su una storia tratta dalla commedia omonima di Beaumarchais. Modernità che il carattere di opera buffa esalta al massimo.
A Sassari il direttore dell’orchestra dell’Ente Concerti Giulio Plotino, all’esordio proprio in questa veste, e il regista Giulio Ciabatti, hanno proposto un allestimento classico, concepito per il Teatro Verdi di Trieste e ispirato alle compagnie di attori viaggianti. Con un tocco di avanguardia nella scenografia, sempre la stessa per tutta l’opera. Una scelta che alla fine si è rivelata buona, non foss’altro perché non contrastava con la rappresentazione: un vecchio teatro con di lato alcuni elementi di scena che ricordava l’Olimpico di Vicenza. E poi al centro gli arredi, con i bauli, che facevano capire i momenti della storia. Convincenti anche i costumi, classici al massimo, che riportavano gli spettatori all’epoca della vicenda, proprio come immaginato dagli autori (finalmente!). Una sapiente integrazione tra scenografia, costumi e presenza degli interpreti sulla scena, chiamati a compiere gesti che ricordavano quelli delle maschere settecentesche. Bella scelta registica, che ha esaltato al massimo (e forse al limite) il carattere buffo del “Barbiere”.
Sul piano musicale le note sono in gran parte positive, inclusa la scelta, nel solco della tradizione, di alleggerire alcuni momenti (su tutti il rondò del finale “Ah! il più lieto, il più felice”, tema poi ripreso financo da uno Chopin appena quattordicenne ancora a Varsavia). La direzione orchestrale di Giulio Plotino, soprattutto nella direzione della celebre sinfonia introduttiva, è stata a tratti acerba ma nel complesso buona. Ottima Rosina, il mezzosoprano Cecilia Molinari, con un timbro che a volte ricordava quello di un contralto (come tra l’altro era la primissima interprete in quel 20 febbraio del 1816): si è mossa con sicurezza in scena e ha dato prova di grande padronanza dei propri mezzi vocali (“Una voce poco fa” senza tentennamenti). Altra prova eccellente quella di Giorgio Giuseppini, basso profondo dalla voce potente, che ha interpretato un gran Don Basilio, con la celebre aria “La calunnia è un venticello” eseguita alla perfezione. Bene anche Fabio Previati, un esilarante e riuscito Don Bartolo. Qualche perplessità invece per i due ruoli principali. Se il Figaro del baritono armeno Gurgen Baveyan è stato sì agile e spigliato ma mancava qualcosa nel timbro della voce troppo vicina a quella di tenore e ben lontana dal migliore Figaro dei nostri tempi, Leo Nucci, il Conte di Almaviva-Lindoro di Enrico Aviglia, tipico tenore rossiniano, è apparso incerto nel primo atto, cantato con una voce che a tratti sembrava flebile e anche con qualche difetto di intonazione, per poi dare invece una gran prova, anche recitativa, nel secondo atto. Benissimo la Berta del giovane soprano Marta Mari. Sul palcoscenico inoltre i due sardi del cast, Nicola Fenu (Fiorello) e Fabrizio Mangatia (Un ufficiale). Buona anche la prova della Corale “Canepa”, diretta da Luca Sirigu. I costumi sono di Filippo Guggia e le scene di Aurelio Barbato, le luci di Tony Grandi. Questo pomeriggio, domenica, si replica alle 16,30.
Un’ultima nota infine sui tagli al testo, in particolare al finale del secondo atto alleggerito dell’aria (rondò) “Ah! il più lieto, il più felice” del Conte di Almaviva, il tema poi ripreso financo da Chopin appena quattordicenne ancora a Varsavia (Variazioni su un tema di Rossini per flauto e pianoforte) e che Rossini stesso riutilizzò, con la sua ben nota tecnica dell’autoimprestito, nella successiva riuscita “Cenerentola”. Una scelta, anche questa del taglio, nel solco del teatro rossiniano.

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