Rassegna stampa

"Adriana Lecouvreur": una ripresa a Sassari

Operaclick.com

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Le riprese d´uno spettacolo, si sa, non sono il forte dei teatri italiani. Riesce quindi spontaneo e gradito partire proprio dalla regia dopo avere visto le due serate dell´Adriana Lecouvreur allestita originariamente oltre dieci anni fa da Ivan Stefanutti (con le luci di Paolo Coduri De Cartosio) per il Circuito Lirico Lombardo, in seguito approdata a Firenze, poi ritornata in Lombardia e ora presentata al Nuovo Teatro Comunale di Sassari. La regia dello spettacolo è stata doverosamente descritta e commentata in passato dagli "addetti ai lavori" d´Operaclick: per quel che mi riguarda non posso dirne che bene per l´equilibrio tra gusto liberty e chiarezza della narrazione, per la sobria ed efficace gestualità, per la cura della mimica facciale dei cantanti, e proprio anche per la freschezza della ripresa; anzi, chi aveva avuto modo d´assistere ad altre tornate ha osservato che in questi giorni lo spettacolo è apparso migliore che in passato: ottima e insolita cosa! Inoltre, Stefanutti m´è sembrato immune dal bacillo delle imitazioni di maniera, della visualizzazione e simbolizzazione a scapito dell´allusione e, pregio incalcolabile nel panorama registico d´oggi, dell´autocompiacimento (l´adozione della polemica terminologia cellettiana è del tutto intenzionale). In poche parole, lo spettacolo di Stefanutti non soltanto aiuta lo spettatore a concentrarsi sulla musica, ma non porta mai a dover dire "l´idea in sé era anche buona, ma che barba rivederla sei volte...". Tutto questo mi sembra particolarmente opportuno nell´allestimento d´un titolo molto sfaccettato, i cui indubbi meriti eminentemente musicali suggeriscono ricuperi basati sulla chiarezza e non su voli pindarici: un titolo scivolato da mezzo secolo ai margini del repertorio e penalizzato da qualche oscurità del libretto, per non dire incongruenza, in funzione dei drastici ma opportuni sfrondamenti che il musicista saggiamente operò sul testo preparato dal verboso Colautti (esempio per tutti: il riscatto dei gioielli che Michonnet dona ad Adriana, forse portato da una precisa riminiscenza storica ma priva di cittadinanza nel contesto musicato dell´opera: proprio impegnando gioielli e argenterie Adrienne Le Couvreur fece una grossa quanto inutile donazione all´aspirante sovrano di Curlandia, già passato ad altri ´amori´ e in disperate necessità finanziarie per le proprie ambizioni politiche e militari).

In circa una settimana, a quel che m´è stato detto, il direttore Andrea Battistoni ha saputo portare a un´ottima coesione l´insieme di cui disponeva. Completamente ignaro com´ero fino a venerdí 5 sera dell´acustica del teatro sassarese, quindi privo di termini di confronto, e avendo ascoltato l´opera solo da due posizioni molto simili (sesta e quinta fila di platea, piuttosto di lato una volta a destra e la seconda a sinistra), non potrei esprimermi correttamente sulla trasparenza e leggerezza orchestrale; ma di certo solo un´eccellente musicalità e un´accurata cura della concertazione hanno potuto portare, anche grazie alla bravura dei quattro "caratteristi" sottolineatami in privato dallo stesso direttore, a una precisione e vigoria esemplare dei quartettini che mi viene spontaneo chiamare "delle maschere" (Riccardo Fassi, Ugo Tarquini, Lucrezia Drei, Lara Rotili) e del sestettino con anche Boullion (un ottimo Gianluca Margheri) e Chazeuil (un davvero eccellente Matteo Macchioni). L´acustica del teatro, la cui buca orchestrale è profonda sino a rendere completamente invisibile il direttore dalla platea, tende probabilmente a privilegiare le voci, come avviene nella celeberrima sala di Bayreuth, ma questa (solo ipotetica, sia ben chiaro) caratteristica comune non deve togliere nulla ai meriti di Battistoni anche per il costante equilibrio conseguito tra orchestra e cantanti. L´Orchestra dell´Ente Concerti ´Marialisa De Carolis´ di Sassari, forte di cinquantacinque-sessanta elementi, m´è parsa disimpegnarsi ben piú che correttamente in una partitura che la vede spesso in primo piano, fino al celebre preludio dell´ultimo atto. Non meno apprezzabile, nel terz´atto, l´intervento del Coro del medesimo Ente (maestro Antonio Costa), sia per la compattezza nella prima parte dell´atto, sia per la timbrica nelle successive musiche del balletto.

Una caratteristica di quest´opera è anche la rapidità con cui l´Autore getta allo sbaraglio i quattro interpreti principali, affidando a ciascuno di essi pezzo di sortita, piú o meno impegnativo ma sempre ´scoperto´, che ne mette alla prova anche la solidità emotiva.
Il giovane baritono trapanese Francesco Paolo Vultaggio è stato un Michonnet assolutamente sicuro dal punto di vista vocale. In possesso d´un timbro molto gradevole e d´una tecnica d´emissione corretta e sicura, ha saputo rendere un personaggio che non scivola mai nel caricaturale e nel patetico, ma s´accattiva la simpatia dello spettatore. Un artista che, senza dubbio, m´è apparso ben piú che una promessa: un caloroso augurio di felice e, soprattutto, solida carriera!
Carriera che il mezzosoprano Elena Gabouri, francese d´origini russo-siriane, sta ormai facendo brillantemente: ben nota da noi anche al largo pubblico dell´Arena di Verona, la Gabouri, dotata d´un mezzo vocale "importante" e d´un registro basso tipicamente contraltile non meno che d´acuti sicuri e squillanti, ha coperto bene gli estremi della tessitura in cui Cilea incarna la "cattiva" dell´opera. Legittima e ben coerente è apparsa, in questo modo, la scelta di privilegiare le côté maudit del personaggio rispetto a quello voluttuoso e sensuale, anche grazie al buon uso che l´interprete ha saputo fare d´alcuni "fiati corti".

In particolare accordo con la lettura "antieroica" dell´opera privilegiata da Battistoni m´è apparsa la coppia protagonista. Maurizio è stato il tenore calabrese Leonardo Caimi, al suo debutto nel ruolo: il personaggio, si sa anche questo, contende a Pinkerton il primo posto tra i non molti "tenori antipatici" del nostro repertorio post-rossiniano. Caimi ha saputo intelligentemente sfrondare Maurizio degli eccessi retorici, creando in vece una figura a tratti quasi sognante, giustamente preoccupata del proprio ruolo politico ma senza dubbio chiara nel rifiuto dell´ambiguità sentimentale verso la Boullion: una sorta di don Carlo liberty (e infatti dell´antieroe verdiano Caimi è stato recente interprete). &lquote;L´anima ho stanca&rquote;, in particolare, m´è parsa cantata in modo esemplare entrambe le sere. La voce di questo cantante, robusta e timbrata, "passa" senza mai ricorrere a forzature sia sopra l´orchestra negli assoli, sia negl´insiemi. Ottima la presenza scenica: aiutata, come m´ha detto sorridendo il tenore, dalla disinvoltura nell´indossare il frac acquisita in una cinquantina di recite come Alfredo Germont.
Last, but no doubt not least, Donata D´Annunzio Lombardi. Avevo avuto finora l´occasione d´apprezzare il soprano abruzzese come Desdemona e Suor Angelica, e come attentissima, affascinante maestra di canto. Colpisce in lei, innanzitutto, la conoscenza perfetta dei propri mezzi e l´uso ´colto´ che ne sa fare. Alle prese, questa volta, con un Autore che non è né Puccini, né Verdi ma sa trovare in quest´opera una totale individualità pur nei debiti contratti con entrambi, la D´Annunzio Lombardi ha nuovamente impresso il sigillo della sua personalità all´interpretazione del personaggio, creandolo con mezzi innanzitutto musicali, seppure sorretti da un´arte scenica molto efficace proprio grazie alla loro grande sobrietà. Notevole già il delicato momento della sortita, con il fulmineo passaggio, utilizzato da Cilea anche alla fine del terz´atto, dal parlato al cantato. &lquote;Io son l´umile ancella&rquote; ha poi permesso al soprano d´usare a fini espressivi la propria ammirevole tecnica del filato (e la seconda sera di far mostra d´un controllo perfetto dell´emissione e dell´emotività per superare senz´incidente alcuno un´improvvisa debolezza fisica proprio verso la fine della cadenza). L´Adriana sbalzata immediatamente dalla D´Annunzio Lombardi è personaggio consapevole della propria grandezza d´attrice, ma quasi sazia della fama che gliene deriva, trepidante in attesa dell´amore, ingenuamente affabile con Michonnet, slanciata e sognante nel primo duetto con Maurizio. Il second´atto vede questo soprano dominare l´articolato confronto con il personaggio Boullion grazie alla consapevolezza, direi cervantesiana, della superiorità morale del ´fare di piú´ rispetto al ´nascere piú in alto´. Dopo la scena della festa, prova insuperabile per chi non sapesse unire recitazione e canto, il quart´atto, perla dell´opera, ha trovato nella D´Annunzio Lombardi l´interprete ideale che ha saputo nascondere a sé stessa fino all´ultimo l´imminenza della fine: arte del fraseggiare, varietà timbrica e articolatissime messe di voce hanno portato l´ascoltatore alla catarsi tragica.

L'opera

Adriana Lecouvreur

Fa il suo debutto a Sassari l'opera principale del calabrese Francesco Cilea, Adriana Lecouvreur (1902), in chiusura della Stagione 2014. L'opera, ambientata dai librettisti nel '700,...

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