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Ipocrisie e buoni sentimenti

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Si può ancora credere ai buoni sentimenti in questo scorcio di inizio millennio? La risposta sarebbe ovviamene negativa, se non fosse che l´obbligo di sperare impone la resistenza a piegarsi a quanto di triviale, violento, massificato sovrasta le società cosiddette moderne. Gli uomini si somigliano in tutte le epoche, mutando solo i contesti nei quali i loro sentimenti si inseriscono. Le motivazioni che li guidano restano identiche, i mezzi anche.

Il teatro lirico, che ancora nel 2009 ci ostiniamo a celebrare con antica passione e fiducia nei suoi contenuti, ha registrato (e ancora registra) come specchio fedele o deformante, gli aspetti macroscopici delle società. Ma ha anche avvertito gli uomini del baratro verso il quale si spingono. Il suo potere di seduzione ha destato sempre l´interesse del potere, che lo ha di volta in volta blandito, usato o censurato. Nella cronaca di questi mesi, da parte di chi finanzia la cultura, addirittura deriso e offeso.

Così, se si pensa a Macbeth, la tragedia del potere e della dissimulazione, dell´ambizione che si nutre di omicidio, non si può non vederne la modernità. Da quello Shakespeare violento e asfittico Verdi prende i motivi per sferzare la sua epoca, nel clima torbido dei moti per l´unità di Italia. Nei colori cupi che dona alla sua musica dipinge un´umanità brulicante, sovrastata dalla follia e dalla superstizione, appena rischiarata da qualche bagliore di vana integrità morale. Nel finale esultante al nuovo sovrano che ha sconfitto il tiranno, non si può non avvertire una festosità troppo chiassosa per essere creduta vera. Come la Russia di Musorsghij, la Scozia (cioè l´Italia) si dibatte in una lontana e vaga speranza di riscatto morale.

Anche la Scozia della Lucia di Lammermoor (1835), fondale assai più inerte e paesaggistico, dipinge solo lo sfondo di una violenza familiare, che spinge all´omicidio e alla pazzia e affida il ´vero amore´ al solo sacrificio del singolo. Se Verdi grida e si arrabbia, Donizetti piange e contempla. Rossini si trincera invece dietro la maschera del cinismo per coprire la sua disillusione verso ´l´avvenir migliore´ affrontando nel 1817 La Cenerentola. Le streghe del Macbeth lo avrebbero fatto sorridere: via dunque anche la fata nella sua favola ´urbana´, e al suo posto mette un precettore che è un gran ´testone´. La ragazza impalma il principe, ma solo perché è furba e si fa valere. Questa ´buona figliola´ è una Cecchina emancipata, che non sottostà più alle rigide leggi settecentesche del buon Goldoni. Nel 1760 per sposarsi con un nobile ci si doveva scoprire almeno baronessa. E portare una bella dote, in modo che, come recita il libretto ´il vero affetto, no, non si veda mai terminar´!.

(Marco Spada, direttore artistico dell´Ente concerti Marialisa de Carolis)

L'opera

Macbeth

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