Rassegna stampa

Don Giovanni, un dissoluto nel caos

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di Luca Foddai

[quote]Troppe note, caro Mozart, troppe note[/quote]. È il celebre suggerimento che l´imperatore Giuseppe diede al grande compositore salisburghese al termine della rappresentazione del ´Ratto dal serraglio´. Una scena rinnovata alla nostra memoria dalla pellicola di Milos Forman del 1984, quell´´Amadeus´ pietra miliare del cinema. Atmosfera ripresa in tempi più recenti, nel 2009, da un gustoso film di Carlos Saura ´Io, Don Giovanni´, che ricostruisce con mirabile fascino la genesi del capolavoro mozartiano del ´Dissoluto punito´, Chi era: Mozart stesso o il libertino Lorenzo da Ponte o Giacomo Casanova? Interrogativo che non trova una risposta, ma che pone una domanda chiara. Se in passato ´Don Giovanni´ rimaneva un´opera ben definita nel messaggio e soprattutto nella rappresentazione, oggi invece è difficile trovare un allestimento ´pulito´ e che punta diretto allo spettatore. Si dirà: ma l´opera si evolve, occorre attualizzarla per attirare nuovo pubblico. Replica: è il contrario, l´eccesso non avvicina certo i giovani e allontana gli appassionati, che si ritrovano disorientati, anche perché, proprio in quanto appassionati, ricordano le opere soprattutto per le celebri musiche e i leggendari interpreti, decisamente meno per le regie (a meno che non si tratti del divino Strehler o del magico Visconti o del barocco Zeffirelli o del classico Ponnelle, giusto per fare qualche nome). Non troppe note, ma troppi elementi, quelli che il regista e scenografo catalano Paco Azorìn ha apparecchiato sul palcoscenico del Teatro Comunale di Sassari nel ´Don Giovanni´ seconda opera in cartellone della stagione 2015 dell´Ente Concerti ´Marialisa De Carolis´. Un´occasione in parte mancata, anche perché le voci erano davvero interessanti e sul piano musicale gli appunti da fare sono pochi. Bene Don Giovanni interpretato da Alessandro Luongo, ormai una garanzia in questo ruolo: si è vista la padronanza nelle arie più famose e la sicurezza con cui si muoveva, fino al ´Noo!´ gridato al Commendatore che chiede di ´risolversi a cangiar vita perché è l´ultimo momento´ e di pentirsi. Delicato nel ´Deh vieni alla finestra´, azzeccatissimo nel ´Là ci daremo la mano´, ben a tempo nel duetto che apre il secondo atto ´Eh via buffone, non mi seccar´. Convincente anche la Donna Elvira di Elisabetta Farris, nonostante un timbro che ha fatto storcere la bocca ai puristi. Bene Gilda Fiume, che ha proposto una Donna Anna dal fraseggio pulito che ha strappato più di un applauso. Così anche il tenore Blagoj Nacoski, un Don Ottavio dalla bella voce e dal suono cristallino senza vibrati disturbanti, forse un po´ rigido nel movimento in scena: ma è il personaggio da sempre più debole della trama, consegnato alla storia come un cicisbeo senza nerbo. Perfettamente calata nel ruolo di Zerlina Vittoria Lai, davvero brava e alla quale non va nessun appunto, neanche sul piano recitativo. Nella parte del Commendatore Abramo Rosalen (subentrato appena mercoledì scorso all´interprete scelto inizialmente, che ha dovuto lasciare per motivi di salute), basso ben impostato, seppure non profondissimo, distante per esempio dal mitico Kurt Moll, celebrato ´convitato di pietra´. Bene anche il Masetto di Daniele Caputo. E Leporello? Roberto Accurso, applaudito e promettente baritono, non è certo un basso buffo e neanche il basso-baritono leggero che viene proposto in alternativa. La sua è stata un´interpretazione debole e a tratti insicura, non certo aiutata dalla pessima acustica del Teatro Comunale al momento dell´ingresso in scena. Col passare dei minuti è nettamente migliorato, pur non trovando il piglio giusto per dare incisività interpretativa ai celebri brani, su tutti un eccessivamente rigido ´Madamina, il catalogo è questo´ (tra l´altro senza il classico libretto, sostituito da una lunga lista su carta da arrotolare). Buona la direzione dell´Orchestra dell´Ente da parte di Gaetano D´Espinosa, ben conosciuto dal pubblico sassarese, che ha proposto una rilettura classica e aderente alla partitura. Corretta la presenza della Corale Canepa diretta da Luca Sirigu.

DonGiovanniPrima2E la regia? Il caos, quando è guidato, può trovare un significato, anche nascosto, per lo spettatore, che si vuole prendere per mano e guidare passo dopo passo. Le scelte registiche cerebrali di Azorìn hanno suggerito invero confusione, un eccesso nella rilettura del grande classico della musica. E del resto questo ´troppo´ è un po´ una costante degli allestimenti degli ultimi anni del ´Don Giovanni´ in tanti teatri europei nei quali domina la moda delle riletture in chiave moderna e le versioni tradizionali si contano sulle dita di una mano. Nella speranza, e questa è un´opinione personale, che dopo le meravigliose riscoperte delle prassi esecutive filologiche su strumenti originali si studino anche le riproposizioni degli allestimenti d´epoca, con il giusto rispetto delle indicazioni dell´autore, dalle scenografie ai costumi: per esempio, come stavano in scena Caterina Cavalieri e Adriana Ferraresi detta ´la Ferrarese´ dirette da Mozart in persona?.

Stupire e stravolgere quindi, ecco l´imperativo di oggi. Che quando è fatto bene, sia chiaro, strappa l´applauso. Ma spesso si eccede, come accaduto lo scorso febbraio al Teatro Comunale di Modena, con una (giustamente) contestatissima versione che spostava il tempo dell´azione dalla Siviglia del XVII secolo alla orridissima e insopportabile New York degli anni ´80, calcando troppo la mano sugli eccessi e creando uno stridente contrasto con la musica. Con una domanda: perché? Una rilettura del Don Giovanni, legittima, sia chiaro, può essere fatta. Senza esagerare, perché si tratta, e spesso forse i registi non considerano questo aspetto, dell´opera pilastro del teatro lirico. Ed allora la risposta può essere questa e non è una bocciatura: quello rappresentato al Teatro Comunale di Sassari è stato il Don Giovanni di Azorìn, non il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte. Che di per sé è un personaggio senza tempo, sempre moderno, carico di continui motivi interpretativi. Aspetti messi in pratica da Azorìn alla lettera, tanto che l´azione nella versione sassarese non trovava una precisa collocazione temporale. Così Zerlina e Masetto, non più contadini, si muovono in bicicletta e con abiti che appartengono a periodi differenti (lei con un malizioso abitino bianco, lui che ricordava un irlandese o un inglese degli anni ´20, con tanto di berretto e pantaloni al polpaccio, da film di Ken Loach); Donna Anna che in una scena entra spinta da Don Ottavio (parentesi: nonostante le diverse intenzioni del regista richiamate in occasione della tavola rotonda di presentazione, il personaggio nel contesto della trama è risultato alla fine più insignificante e scemo del villaggio del solito) su una moderna sedia a rotelle, alla fine passata a Donna Elvira, che invece rimane binocolo al collo costantemente alla ricerca di Don Giovanni, caccia che si intensifica con il ricorso a banali torce elettriche; Leporello che nella scena conclusiva si muove in monopattino; i servitori ed i musicisti sulla scena in parrucca bianca rococò; e Don Giovanni, che per tutta la rappresentazione si muove, non Casanova, bensì novello Dylan Dog, in pastrano di pelle nera e camicia rossa, ritrovando l´iniziale abbigliamento secentesco con gorgiera – che richiamava il creatore del personaggio, Tirso da Molina, autore de ´L´ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra´ – alla conclusione, da morto, resuscitato sulla scena per qualche istante. Via anche le spade esplicitamente previste da Da Ponte nella celeberrima scena della morte del Commendatore nel duello iniziale: ad ucciderlo è una banale pistola, la sua, caduta di mano e catturata da Don Giovanni, che immediatamente ne preme il grilletto per poi riporla nella mano dell´anziano, a terra ormai cadavere, a simulare (forse) un suicidio mai avvenuto e nascondere l´assassinio o motivarlo come legittima difesa. Bella invece l´altrettanto celebre scena della discesa agli inferi di Don Giovanni, ben resa anche visivamente, con un´impostazione lugubre quanto basta e la curiosità del display proiettato che torna indietro, al Seicento, quasi azzerandosi al 1612. E la chiusura del sestetto finale con le donne che mostrano la benda nera che all´inizio dell´opera aveva solo Donna Anna, ingannata dal ´dissoluto punito´, perfido ingannatore di tutto il gentil sesso.

Troppi elementi, insomma. La scenografia ha convinto a metà. Bella la soluzione dell´elemento architettonico del fondale su cui proiettare i video di Alessandro Arcangeli, decisamente fastidioso il movimento circolare – da orologio, disegnato sul palcoscenico e che scandiva il tempo ed il percorso del protagonista nella storia – e continuo in alcune scene. Incolori ma in linea con il caos della lettura di Azorìn i costumi di Domenico Franchi. Il disegno luci era di Pedro Chamizo, la coreografia di Carlos Martos. Un ´Don Giovanni´ insomma che lascia in sospeso qualcosa e che comunque è decisamente meglio di altri allestimenti proposti nei cartelloni dei teatri europei (facilmente reperibili su Youtube: oggi il confronto tra versioni si può fare facilmente in questo modo). Perché è la musica che rimane. Quella di Mozart. [quote]Questo Don Giovanni non è pane per i denti dei miei viennesi[/quote], diceva ancora l´imperatore Giuseppe, sprezzante, a Wolfgang Amade´.

L'opera

Don Giovanni

Mancava da vent'anni esatti e torna a Sassari con un nuovo allestimento, Don Giovanni di Mozart. Un capolavoro, il 'dramma giocoso' detto anche Il dissoluto punito, che nella storia...

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