Rassegna stampa

Duecento anni di Elisabetta, Rossini a Sassari

Il Corriere musicale

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Senza che i teatri del mondo afferrino la palla al balzo per festeggiare, le opere di Gioachino Rossini stanno compiendo proprio in questo periodo, una dietro l´altra, i loro primi duecento anni. Un´eccezione si è avuta non dai teatri che tennero battesimo i capolavori (Venezia,
Milano e Napoli in primis), né dai festival di Pesaro o di Bad Wildbad, rossiniani nella sostanza ma poco interessati alle cifre tonde. Al contrario, essa è venuta da un´istituzione di produzione operistica tra le più periferiche d´Italia, l´Ente Concerti ´Marialisa de Carolis´ di Sassari, con dosi miste di intraprendenza, sperimentazione, buona sorte e avventatezza.
Il sipario si è aperto, per due sole recite (9 e 11 ottobre), sull´Elisabetta regina d´Inghilterra, esordio di Rossini al Teatro di San Carlo di Napoli e titolo oggi più citato in musicologia che restituito all´ascolto del pubblico. Ma per la storia dell´opera, Sassari non è Napoli, né il sancta sanctorum del San Carlo ha molto da spartire con l´irrazionale Teatro Comunale, recente costruzione che soffoca
l´orchestra in una profonda cisterna semicoperta dal palcoscenico, e che assorda il canto tra platea e gallerie dall´acustica disarmante.
L´esegesi drammaturgica dell´opera è firmata da Marco Spada, il direttore artistico che, fuori da ogni conflitto d´interessi, scrittura sé stesso come regista e si pone al fianco Mauro Tinti come scenografo e Maria Filippi come costumista. Trasposta l´azione agli scorsi anni Settanta, l´espediente di partenza è parimenti scontato: Elisabetta I Tudor va a sovrapporsi, in tutto ciò che si vede, all´omonima Elisabetta II Windsor, dall´abbigliamento all´effigie nelle affrancature. Ma è puro pretesto: manca la coincidenza, constatata o indotta, nei profili psicologici e nelle situazioni teatrali. Così, quando nel rondò finale l´Elisabetta oggi regnante si vede calare addosso i panni rinascimentali della figlia di Enrico VIII, si coglie l´esteriorità del coup de théâtre ma non l´idea forte che vi sovrintende. Né mancano le disattenzioni che distinguono il dilettante dal vero maestro della scena; un esempio tra molti: quando, all´inizio dell´atto II, Elisabetta convoca a colloquio la rivale Matilde, ella figura per la prima volta con fascia da capo di stato, in contrasto con la dimensione privata, e lascia che le guardie di Buckingham Palace, in giacca rossa e cappello d´orso, rimangano ferme ad assistere all´incontro segreto e meschino. Paradossi invalidanti.
Nessun teatro al mondo vantava, nel primo Ottocento, la compagnia di canto del San Carlo; e per nessun´altra compagnia Rossini ideò una scrittura vocale altrettanto impervia e selettiva. Esaurita la prima generazione della renaissance (quella di Anderson, Horne, Blake, Merritt, Ramey) e oberata la seconda (quella di Bartoli, Barcellona, Ganassi, Flórez, Pertusi), nulla è stato fatto perché se ne conformasse una terza di autentici specialisti. In tal modo, la costituzione di una degna compagnia dipende oggi dalla contesa di pochi nomi con cachet stellare e agenda colma, o da un inaudito fiuto vociologico in grado di scovare in nuovi talenti i divi del belcanto di domani. A Sassari si è forse fantasticato di ricadere in questo secondo caso, radunando invece una rosa di onesti professionisti, dove certuno sorprende e sbarazza pregiudizi, altri paga il fio d´aver ambìto alla corona dei cantanti borbonici. Si applaude ad Alessandro Liberatore, tenore del repertorio di tradizione, forte di timbro solare e schietto porgere all´italiana, pregi preclusi agli statunitensi di prima generazione; la parte di Leicester lo esenta dal cimento in zona sopracuta e da agilità complesse, e trova anzi in lui una risorsa da tenere d´occhio per prossime occasioni.
Il più ferrato in Rossini sarebbe David Alegret, posto tuttavia alle strette da due circostanze: la prima è lo stato d´indisposizione, non annunciato ma evidente, che gli erode nerbo, smalto e proiezione; la seconda è l´errore di assegnare a lui, tenore contraltino, una parte composta non per l´etereo Giovanni David, destinatario di successive opere rossiniane per Napoli, bensì per il baritonaleggiante
Manuel García, che al personaggio di Norfolc poteva dare altra polpa di registro centrale e grave. Elisabetta è altresì l´unica opera napoletana di Rossini a prevedere, in Matilde, un´impegnativa parte sopranile di seconda donna: Sandra Pastrana la affronta con qualche asprezza estensiva, ma anche con lettura musicale di ineccepibile acume, nonché con una sollecitudine attoriale e un´avvenenza fisica non comuni. Nel comprimariato, il volonteroso mezzosoprano russo Olesya Berman Chuprinova, come Enrico, ricorda come una voce italiana possa lasciare miglior segno in questo repertorio; ma il prestante tenore spagnolo Néstor Losán, come Guglielmo, costringe subito a una visione meno restrittiva: di rado si sono ascoltati, in parti di fianco, emissione più solida e recitativi più accurati.
D´altra parte, spagnola era Isabella Colbrán, creatrice della parte protagonistica di Elisabetta, mentre a Sassari è un´italiana a stabilire il punto più interlocutorio dello spettacolo. Ciò che caratterizzava l´impero canoro e retorico di una tra le massime muse ottocentesche rivela nella protagonista Silvia Dalla Benetta una serie d´inadeguatezze. Il timbro è comune, e in modo comune tende alla vetrosità nel registro acuto, all´inconsistenza in quello medio e alla forzatura in quello grave. La vocalizzazione, tutt´altro che pulita e fluida sia per consapevolezza testuale sia per limite naturale e tecnico, violenta in itinere i ragionevolissimi tempi staccati dal direttore e vistosamente impone loro smisurati rallentamenti. L´intonazione stessa – quando non messa a repentaglio dal canto di sbalzo, dove il soprano si concede sconti elevando d´ottava – lascia a desiderare fino a un imbarazzante cantabile a terze e seste parallele nel duetto con la brava Matilde. Funzionale la recitazione, a dispetto dell´enfasi dei panni regi e di una parte che andrebbe assegnata non come tentativo, ma come premio di una carriera; né basta la benevolenza degli amici a sancire una statura da primadonna qui necessaria al più alto grado.

Concertazione e direzione spettano a Federico Ferri, musicista di solida esperienza nel repertorio barocco e contemporaneo, qui affacciatosi al teatro d´opera romantico dopo già valide prove nel sinfonismo ottocentesco. Si ammirano la sua dedizione e il suo scrupolo: non deve essere un caso che nessun taglio sia inflitto ai numeri musicali, che i cantanti si presentino muniti e ben coordinati in variazioni e cadenze, che il respiro dei medesimi poggi sempre con naturalezza sui tempi scelti (dell´unica fastidiosa eccezione s´è detto). Orchestra e Coro dell´Ente Concerti non sono stabili nei loro organici, ma formati ex novo di stagione in stagione: soprattutto in questo spettacolo inaugurale si coglie dunque il loro intrinseco livello semiprofessionale dove l´inesperienza genera disattenzioni e dove la garanzia tecnica non è di casa – applicato a una partitura per contro esigente e impetuosa. Con maestranze che non potrebbero essere riassestate in pochi giorni né tantomeno essere slanciate al virtuosismo ritmico e al fraseggio smaliziato, Ferri lavora tuttavia di colori e sfumature, dotando l´insieme di una vivace ma pacata maestosità stile impero oggi dimenticata da molti lettori del Rossini serio.

(Francesco Lora)

L'opera

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