Rassegna stampa

Il Flauto magico a Sassari

I teatri dell´est

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Tempi duri per l´opera anche in Sardegna: a Sassari si è dovuta fare di necessità virtù, riducendo il cartellone di un titolo, sostituito da un Concerto operistico pre natalizio e si è potuto produrre un solo allestimento, seppure assai impegnativo da allestire: Andrea Chénier.
E dunque Il flauto magico mozartiano è stato importato di peso da Liegi, in un allestimento dell´Opéra Royal de Wallonie, regia firmata a quattro mani da Cécile Roussat e Julien Lebek, che ha ripreso pure il disegno di luci originale di Clement Bonnin, scene di Elodie Monet e costumi di Sylvie Skinazi.
Spettacolo gradevolissimo, ricco di spunti e di facile lettura: il sogno adulto di un bambino a cui, si scopre solo nel coro finale, i nonni – che poi vestono i panni di Sarastro e della Regina della notte- hanno letto una favola per farlo addormentare. Una boccata d´aria fresca e pure, un ritorno all´infanzia, alla fantasia più innocente, senza tutte quelle interpretazioni via via politico, sociali e psicologiche, quando non filosofiche e massoniche, che vi si sono incrostate sopra negli anni, in specie quelli più recenti, travisando spesso la natura del Singspiel che è sostanzialmente gioiosa ed umana: non a caso il vero protagonista, a tutti gli effetti, è Papageno che, invariabilmente anche a Sassari, guadagnò sin dall´inizio i favori e le simpatie del pubblico.
Pubblico che è accorso numeroso e che ha praticamente esaurito il pur vasto Teatro Comunele, sulle cui inadeguatezze tecniche ed acustiche non si vorrebbe insistere, non fosse che chi firma stava per rimetterci falstaffianamente uno stinco nel precipitare per le scale, sfasate e mal illuminate.
Dunque Mozart ´tira´ come Verdi con l´Aida: buon segno. E sì, sono risate e frequenti applausi a scena aperta, il ché per un´opera eseguita in lingua originale, seppure con l´aiuto dei sovratitoli, e con i dialoghi praticamente al completo, laddove si apportano frequentemente abbondanti tagli, è un altro segno distintivo di una partecipazione in crescita anche per la folta rappresentanza di giovani e giovanissimi, tutti incantati dalla magia del Flauto e dalla musica dionisica di Mozart.
Allo spettacolo ha contribuito in maniera determinante un manipolo di sei mimi equilibristi e giocolieri: non a caso Julien Lubek, il regista, è stato allievo del grande Marcel Marceau. E dunque, agili topolini, strani nanetti, incurvati, ma all´occasione scattanti, bibliotecari imparruccati in perfetto stile settecentesco, hanno condotto le fila di un´azione che si è dipanata senza cali di ritmo, tra la cameretta Jugenstil ed una polverosa enorme bibilioteca, il regno di Sarastro. Le tre dame, sorta di cariatidi, sostengono il letto, il serpente è chiaramente un incubo nel sonno, I tre knaben lo sdoppiamento immaginario del protagonista che, dormendo, si incarna in Tamino, mentre la sua bambola si anima e diventa Pamina. Papageno rimane il più fedele a sé stesso e per molti versi è lui il ´mago dei sogni´.
La felice visione ha trovato una non meno preziosa versione musicale, innanzitutto per la precisione e pulizia dell´orchestra ´Ente Concerti Marialisa de Carolis´ in continua e netta ascesa, che ha risposto idealmente al gesto di Thomas Roesner, direttore austriaco che ha trasmesso, oltre alla disciplina ed alla chiarezza, tutto l´amore che un connazionale ha e deve avere per il genio Salisburghese. Ottimo pure il coro ´Luigi Canepa´, agli ordini di Luca Surgu e assai bene i tre bimbi, cresciutelli a dire il vero, nell´ordine Elisabetta Cacciotto, Elisa Brett e Andrea Soliveras, istruiti da Barbara Agnello e facenti parte del Coro Lolek Vocal Ensamble e notevole l´intero cast.
Si è molto apprezzata la autorevolezza del timbro scuro di Manfred Hemm, Sarastro e per contrasto la brillante e puntuta voce di Ekaterina Lekhina, Regina della notte meno trucida del solito e solo sfiorante il fatidico Fa sovracuto, che però le è riuscito cogliere in toccata e fuga. Benissimo la dolcissima e sognante Pamina di Barbara Bargnesi, dotata di una vocalità lirica particolarmente adatta al ruolo, altrettanto l´ottimo Tamino, disinvolto e vocalmente inenccepibile, del tenore Merto Sungu. Parlando di tenori, assai bene Manuel Pierattelli nel ruolo di Monostatos, non più caratterizzato come un perfido intrigante ´dell´immondo sangue dei negri´, bensì quale simpatico e pasticcione spazzacammino. Puntuali I due armigeri, nonché sacerdoti tratti dal coro: Nicola Fenu e Francesco Congiu, e ben piazzato, per figura e voce, lo Sprecher, ovvero Oratore, del bass-bariton Victor Garcia Sierra. Non si dimenticano certo le tre dame, pur´esse per ordine Silvia Arnone, Francesca Pierpaoli e Luciana Pansa, assai ben amalgamate e musicalmente in ordine e, dulcis in fundo, la coppia simpatica: lei la guizzante e spiritossisima, sia nel travestimento da vecchia che infine nella sua vera figura, il soprano Vittoria Lai, Papagena e il Papageno, davvero ben recitato e ancor meglio cantato di Riccardo Novaro che nel vino offertogli dai sacerdoti riconosce il sardo Cannonau!

Successo insistito con continue chiamate per tutti e ora in attesa del prossimo appuntamento a Sassari. Un imperdibile Ballo verdiano col ritorno sulle scene di un Ulrica ´storica´ che vi manca da quarant´anni: Bruna Baglioni. E ci saremo!

(Andrea Merli)

L'opera

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