Rassegna stampa

Sassari - Andrea Chénier

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Opera rischiosa a rappresentarsi lo Chénier; figlia del Verismo, ma al contempo erede di una tradizione che si rifà al dramma d´ispirazione storica che fu caro al Belcanto. Lontana da qualsiasi irruenza, pacata nell´esposizione dei sentimenti, misurata anche nei momenti di maggior tensione drammatica, Andrea Chénier costituisce, forse sola insieme ad Iris una sorta di pausa dagli stravolgimenti della nuova corrente musicale. Sul libretto, complessivamente bello, di Luigi Illica, Giordano costruisce un discorso musicale interiorizzante, nel quale anche i richiami ai canti rivoluzionari, da Ça ira alla Carmagnola, sono ripensati in chiave intima. Il quadro storico influisce profondamente sui protagonisti, ma resta sul fondo, incombente ma in certo qual modo distante.
Il rischio nel rappresentarla sta nella tentazione di cadere in un didascalismo trito e languoroso che in realtà poco o nulla le si addice. Tutti i caratteri, da quelli principali sino all´ultimo dei comprimari, sono perfettamente delineati, con i pregi e i difetti che li contraddistinguono, e così vanno rappresentati, senza affogarli in melasse sentimentali. L´allestimento sassarese va decisamente nella giusta direzione, cogliendo nel profondo l´autentica sostanza dello Chénier.
Marco Spada non opera trasposizioni temporali e colloca l´azione nel periodo storico corretto, con uno sguardo al futuro. Pochi elementi scenici, immaginati dallo stesso Spada e da Fulvia Donatone, contribuiscono perfettamente a comunicare la contrapposizione fra nobiltà e popolo: un divano rivestito di velluto bleu de France, simbolo del potere regio, che viene rovesciato dai rivoluzionari e sostituito progressivamente dai tre colori della bandiera francese che di scena in scena prende il sopravvento.
Nessun languore nella regia, tutta incentrata su di una tensione crescente, fatta di movimenti tanto contenuti quanto densi di emotività. Teatro vero, limpido, senza indulgenza alcuna alla ´tradizione´ ed alle sue caccole.
Magnifica, fra le altre, l´idea di sostituire il busto di Marat del secondo atto con un enorme pugnale insanguinato, allusione chiara all´assassinio del Giacobino, sul quale Chénier affigge la sua Ode à Charlotte Corday. Suggestiva anche la lama di ghigliottina stilizzata che campeggia sulla scena del processo, con al suo interno raffigurati i ritratti dei giudici del Tribunale Rivoluzionario. I movimenti delle masse sono fluidi ed al contempo scattanti, il tutto a mantenere viva l´inquietudine che è la cifra stessa dell´azione drammaturgica.
Di grande fascino i costumi di Alessandro Ciammarughi, che ripensa il tardo Settecento attraverso una sorta di viaggio nella moda, passando dai panier à coude alle crinoline giungendo sino alla Belle Époque ed al Liberty, legando così il tempo del dramma al mondo del compositore.
Efficace ci è parso il disegno di luci, essenziale e giustamente tagliente, di Fabio Rossi.
Lontane da qualsiasi mielosità le belle coreografie di Barbara Stimoli, che nel primo atto si ispira agli actes de ballet cari alla corte di Francia.
Marcello Mottadelli, alla testa di un´orchestra precisa e partecipe, dirige con mano sicura e con grande attenzione al rapporto buca-palcoscenico. La scelta dei tempi è calibrata sui cantanti, senza tuttavia mai venir meno ad uno slancio drammatico, che trova sempre piena espressione attraverso buone soluzioni dinamiche ed una gamma variegata di colori.
Al suo debutto nel ruolo Virginia Tola disegna una Maddalena a tutto tondo, volitiva nel fraseggio, incisiva negli accenti, padrona di una linea di canto di cristallina uniformità, capace di slanci drammatici e di mezzevoci ammalianti.
Prova in crescendo per Vittorio Vitelli, che dopo un inizio guardingo acquista progressivamente sicurezza delineando un Gérard nobile ed accorato, combattuto tra dovere e amore, il tutto con voce autorevole.
Oleysa Berman dà voce e corpo ad una Bersi partecipe e sensibile, forte di mezzi vocali di assoluto rilevo.
Ottimo ci è parso Manuel Pierattelli, prima Abate pavido e poi Incredibile subdolo ed insinuante. Il giovane tenore esibisce un canto sicuro e doti attoriali notevoli.
Tutti ben risolti i ruoli di contorno a cominciare dal perfetto Mathieu di Federico Cavarzan e dalla convincente Contessa di Coigny di Ines Zikou, poi Madelon dolente, per proseguire con il Roucher di Gianluca Lentini, il Fouquier-Tinville di Emilio Marchesini, che canta anche Schmidt, e il Fléville di Massimiliano Guerrieri. Completa onorevolmente il cast Nicola Fenu nel doppio ruolo del Maestro di Casa e di Dumas.
Buona la prova del coro, preparato da Antonio Costa.
Anello debole della produzione l´Andrea Chénier di Giancarlo Monsalve, vuoto e indietro nell´ottava centrale, forzato in acuto, non esattamente preciso nell´intonazione, poco appassionato nel fraseggio. Peccato, perché avrebbe il physique du rôle.
Successo pieno e applausi per tutti.
(Alessandro Cammarano)

L'opera

Andrea Chénier

Chiude la Stagione 2016 il dramma del poeta Andrea Chénier - personaggio realmente esistito al tempo della Rivoluzione francese -, musicato da Umberto Giordano e che debuttò...

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