Rassegna stampa

Tosca - Sassari

GB Opera

di Gabriele Verdinelli

Con il Teatro Comunale al completo in ogni ordine di posti anche per Tosca, e un evidente successo di pubblico, si chiude la stagione lirica 2017 allestita a Sassari dall’Ente Concerti de Carolis. Certo, si tratta di un’opera popolare e assente dalle scene cittadine da undici anni: ma la presenza finalmente anche di molti giovani tra gli spettatori legittima una almeno locale speranza per l’interesse verso questa forma d’arte musicale. Poi, ovviamente, si tratta anche di un’opera bellissima, un capolavoro talvolta frettolosamente liquidato come il lavoro più verista e truce del compositore lucchese; si tratta invece di una partitura raffinatissima, con una drammaturgia in tempo reale dai meccanismi implacabili, un’originalità d’impianto notevole (basta solo pensare alla presenza di un’unica figura di donna in un ambiente esclusivamente coniugato al maschile) e una scrittura musicale ricercata e di grande coerenza. A questo proposito l’uso meticoloso, ma interpretato originalmente, del leitmotiv di wagneriana memoria crea una continuità veramente straordinaria, in particolare nel secondo atto nonostante l’inserto celebre, ma superfluo, del Vissi d’arte. Una continuità presente poi in tutta l’opera, creata non solo dagli elementi ricorrenti ma anche dalla loro abile trasformazione; difficile riconoscere, per esempio, nel leggero temino del primo atto Non la sospiri la nostra casetta la nota introduzione di E lucevan le stelle alla fine dell’opera: eppure è bastata una mutazione modale, un cambio della volta melodica e piccole varianti per avere qualcosa di completamente diverso ma con una evidente familiarità sintattica. Nello spettacolo sassarese il direttore francese Guillaume Tourniaire è riuscito fondamentalmente a cogliere questi aspetti, concertando con raffinatezza vari momenti della partitura; su tutti la bella introduzione del terzo atto, ricca di sfumature accentuate da dinamiche delicate e ben calibrate: ma talvolta è mancata una solidità nei fondamenti di base necessari quando si ha a che fare col teatro musicale. Prima di tutto nell’insieme ritmico, non sempre preciso negli attacchi in orchestra e sul palcoscenico, con evidenti asincronie tra strumentisti, cantanti e linee di accompagnamento. In secondo luogo nelle dinamiche estreme talvolta fuori controllo; se è sicuramente encomiabile cercare una paletta sonora ampia e variegata, è altrettanto importante fare in modo che tutte le complesse componenti dello spettacolo siano equilibrate tra loro, senza scompensi che interferiscano nella fluidità della narrazione. Superfluo anche sottolineare che bisogna adeguarsi all’acustica, al cast e all’orchestra a disposizione: invece sono scappati alcuni suonacci e rigonfiamenti sonori che hanno finito talvolta per disturbare l’equilibrio con gli interpreti, apparentemente più per disattenzione che per volontà vera e propria. Anche sul palcoscenico certe dinamiche non sono apparse sempre curate; un esempio evidente è stato all’inizio del secondo atto, con la cantata in interno che dovrebbe essere evocatrice e in lontananza, mentre invece le batterie maschili del coro tendevano a forzare, coprendo la solista e disturbando anche gli interventi in scena. Per contro certe frasi che avrebbero avuto bisogno di un sostegno espressivo importante (una per tutte quella, bellissima, dell’andante sostenuto durante la scrittura del salvacondotto) passavano quasi inosservate e indifferenti, generando un’impressione di scarsa temperatura drammatica. Insomma, Tourniaire è sicuramente un ottimo musicista e ha portato a termine con professionalità l’esecuzione, ma con una mano apparentemente più adatta alla miniatura che all’insieme dell’affresco operistico. Nel complesso la buona riuscita dello spettacolo è stata dovuta soprattutto all’equilibrio e alla buona disposizione dei tre interpreti principali, differenti tra loro ma capaci di completarsi e interloquire vocalmente e drammaturgicamente in maniera efficace e credibile. Interessante il debutto nel ruolo del titolo per Donata D’Annunzio Lombardi che, sulla carta e per rimanere a personaggi pucciniani, ha caratteristiche più vicine al lirismo di Butterfly che ai colori più drammatici di Tosca. Il risultato è stato comunque positivo da tutti i punti di vista, sia per la splendida e chiara vocalità e la sicurezza tecnica dimostrata, sia per il temperamento drammatico e l’intelligenza con cui ha saputo gestire i propri mezzi, evitando di cadere nei luoghi comuni che propongono gli eterni confronti col passato. Il suo personaggio è più solare che drammatico, più debole e dolente che ribelle ma sempre interessante e ben definito. Certamente si avverte la necessità negli inserti drammatici di una vocalità un po’ più ampia e scura, specialmente nel registro grave, ma i momenti lirici sono cesellati con grande finezza e ricchezza di sfumature, supportati da un’uguaglianza nell’estensione e controllo del vibrato assolutamente ammirevoli.
Molta bella anche la vocalità di Luciano Ganci, un Mario Cavaradossi con dei mezzi ragguardevoli e un colore attraente ed empatico, perfetto per il ruolo. Discreta ma un po’ monocolore invece la disposizione drammatica del personaggio che d’altronde, come spesso nel repertorio, relega il tenore protagonista nel ruolo meno ricco di chiaroscuri. Recondita armonia e, soprattutto, l’iconica aria finale sono cantate con generosità e buon piglio ma senza particolare originalità e con un paio di piccoli incidenti di percorso, forse dovuti a un appoggio sul fiato insufficiente o a un po’ di tensione. Per originalità si intende semplicemente anche smettere di rifarsi a ciò che fanno tutti e tornare a ciò che scrive l’autore; proprio Recondita armonia sarebbe un tipico esempio di canto a fior di labbra dell’epoca, su dinamiche lievissime che da tempo non vuole o non riesce più a rispettare nessuno. Comunque l’impressione è che Ganci abbia sia dal punto di vista tecnico che interpretativo ampi margini di miglioramento e la possibilità di arrivare anche a traguardi importanti. Meno interessante ma comunque discreta la vocalità di Elia Fabbian, alle prese col ruolo monstre di Scarpia, per molti il vero protagonista dell’opera. Il colore abbastanza chiaro e una voce non molto voluminosa lo aiutano poco nella protervia che ci si attende dal personaggio, che tende talvolta a sopperire con una certa tendenza alla forzatura invece di ricercare una più variegata qualità espressiva nei vari aspetti del ruolo. Supera comunque correttamente e senza incertezze tutte le notevoli difficoltà della parte, rimanendo nelle note convenzioni del personaggio, ma talvolta senza riuscire ad avere l’autorevolezza vocale e lo spessore interpretativo per condurre fino in fondo il meccanismo drammaturgico. Sintomatico a questo proposito Tre sbirri, una carrozza, un tipico passaggio “ad accumulo” che sfocia nel Te Deum senza la necessaria tensione, anche per colpa di una fredda concertazione con, tra l’altro, un’esagerata e innaturale predominanza degli effetti amplificati. Tolti i tre protagonisti rimane ben poco per tutti gli altri che comunque svolgono con professionalità e un buon risultato complessivo il loro compito. Da sottolineare il bel colore di Paolo Battaglia nel ruolo di Angelotti e il vivace carattere impresso da Cristiano Olivieri in quello di Spoletta ma, soprattutto, il debutto nell’insolito cameo del Sagrestano per il grande Bruno Praticò, che sopperisce col carisma e il mestiere all’ingiuria del tempo che passa. Precisi e affidabili Nicola Fenu e Fabrizio Mangatia, Sciarrone e carceriere, e di delicata suggestione la voce di Giulia Delogu, a cui è affidato il canto del pastorello all’inizio del terzo atto. L’allestimento di Giulio Ciabatti, con i costumi di Filippo Guggia e le luci di Tony Grandi, ripreso dall’Opera festival di Bassano del Grappa, mette in scena decorosamente l’opera con i consueti fondali neoclassici e un’impostazione tradizionale fondamentalmente realistica. L’immobilità scenotecnica e illuministica, ancora adatta se vogliamo al secondo atto, risulta francamente poverella nel primo, dove sia l’entrata di Scarpia che la grande scena del Te Deum risultano prive di effetto e del necessario impatto, con una regia che fondamentalmente si limita a gestire entrate e uscite. Decisamente più riuscito il terzo atto dove, seppur incoerentemente, il taglio anti realistico realizza un bel quadro, con una “location” impossibile e la suggestiva scena della fucilazione, rallentata e resa astratta anche dal taglio di luce laterale: sarebbe stato interessante un progetto maggiormente ambizioso del genere su tutto lo spettacolo.Vigorosa, anche troppo nell’occasione, l’orchestra dell’Ente Concerti, ricca come sempre di buone individualità tra cui, per una volta, va citato il primo clarinetto (irritualmente ma simpaticamente chiamato dal direttore in proscenio per i ringraziamenti finali), autore di un bellissimo solo nel terzo atto, eseguito in maniera nobile e con espressione scevra dalle gigionate bandistiche che abbondano spesso anche in orchestre blasonate. Bello e fresco il timbro delle voci bianche della Corale Canepa ben impostate da Salvatore Rizzu e sempre notevole l’impegno del Coro dell’Ente Concerti istruito da Antonio Costa, apparso però un po’ rigido nel Te Deum e vittima di un vistoso infortunio ritmico nella scena della cantoria. Il pubblico soddisfatto, ma stremato dal caldo tropicale del riscaldamento, ha applaudito tutti gli interpreti, con una preferenza evidente per il tenore, esecutore del brano più celebre.

L'opera

Tosca

La tragedia della cantante Floria Tosca, del suo amato Mario Cavaradossi e del perfido barone Scarpia, un capolavoro del melodramma italiano, è un classico del teatro di Sassari, dove...

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