Rassegna stampa

La cenerentola

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Dopo dieci anni esatti ritorna La Cenerentola nella stagione lirica di Sassari, un titolo che nell’ultima edizione ebbe una buona accoglienza nel vecchio Teatro Verdi ed era sicuramente attesa negli spazi molto più ampi, e meno adatti, del nuovo Teatro Comunale. Si tratta di un’opera scritta per un piccolo teatro nella maturità artistica dell’autore, subito dopo i primi capolavori ancora in repertorio di cui utilizza alcune delle formule più fortunate, con alcuni brani straordinari ma anche con l’affiorare di qualche manierismo. Diciamo subito che è stata una produzione sfortunata per un’indisposizione che ha colpito proprio la protagonista, il mezzosoprano giapponese Aya Wakizono, che ha deciso di cantare comunque facendo intravvedere buoni doti da ammirare al meglio in altra occasione. Ma, al di là dell’incidente, la fluidità dello spettacolo ha risentito dell’impostazione e di una direzione non particolarmente incisiva. L’idea base dell’allestimento (ideato da Arturo Cirillo e Dario Gessati per il Circuito Teatri OperaLombardia e ripreso nell’occasione da Antonio Ligas) sembrerebbe interessante e di particolare attualità: Cenerentola come apologo dello scontro tra finzione e realtà, tra artificio e semplicità, tra apparenza e sostanza. In questo senso si potrebbero spiegare le semplici tre pareti fondamentali della scenografia che, rivestite da un decoro sfarzoso ma artatamente precario nei luoghi fondamentali della vicenda, spariscono nel finale rivelando le strutture di appoggio e servizio: cadono le labili decorazioni di una realtà illusoria e Angelina trionfa nella realtà che sta dietro la stolida apparenza. Peccato che l’intuizione si scontri con un grave errore di base, proprio sul piano linguistico, considerando la musica di Rossini come la “colonna sonora” di ciò che succede sul palcoscenico e non mirabile teatro in sé, senza alcun bisogno di continue sovrapposizioni, connotazioni e didascalie sceniche assolutamente superflue: Giorgio Strehler, uno che se ne intendeva e al di sopra di ogni sospetto, diceva che nell’opera il vero regista è il direttore. Fin dal preludio (un tempo parco protetto della musica pura…) compaiono quattro mimi citanti le scarpette della fiaba originale, che infarciranno tutta l’opera di scene, controscene, balletti fuori tempo, mossette e segnali ridondanti che distrarranno l’attenzione da quello che è, piaccia o non piaccia, un capolavoro essenzialmente musicale. Alla generazione di segnali inutili sono oltretutto chiamati un po’ tutti, dai cantanti ai coristi, in un horror vacui che sembra non fidarsi dei meccanismi musicali dell’autore e riempie sistematicamente la scena di siparietti spesso ridicoli e didascalici. L’opera ha la problematica della convivenza di più linguaggi e gli interventi su forme consolidate vanno effettuati con la giusta misura e, soprattutto, in una logica mai banalizzante o buffonesca: Cirillo muove bene i cantanti, ha idee e conosce le geometrie del palcoscenico, però dovrebbe prima di tutto risolvere le specificità che ha il melodramma storico. Sul piano visivo comunque lo spettacolo funziona, essenzialmente per merito dei fantasmagorici costumi di Vanessa Sannino, che reinventano lo stile dell’epoca in maniera deformante e caricaturale, perfettamente in linea coi personaggi e movimentando uno spazio fin troppo statico nella lunga durata dello spettacolo. Qualche problema è stato rilevabile anche nella direzione: Jacopo Rivani ha ben condotto con una scelta di tempi prudente e una buona elasticità agogica, ma non è riuscito a evitare alcune imprecisioni negli stacchi sul palcoscenico o nelle ripartenze in orchestra. Soprattutto non sono apparsi molto curati il fraseggio e i piani dinamici, compressi in una genericità che non ha giovato alla vivacità e varietà dei colori. In particolare le articolazioni e le sfumature, fondamentali nella musica di Rossini per creare la giusta pronuncia tematica, non sempre avevano la necessaria incisività per un’espressione pienamente compiuta. Soddisfacente la situazione sul palcoscenico dove, al di là della partecipazione dimezzata della protagonista, la compagnia è apparsa equilibrata, vivace e affiatata, senza particolari punte di eccellenza ma complessivamente interessante e ben aderente allo stile richiesto dalla partitura. Leonardo Ferrando è un Don Ramiro dalla vocalità un po’ esile e con un timbro non particolarmente attraente, ma dallo stile assolutamente impeccabile. La sua tecnica è apparsa sicura anche nelle colorature, mentre si notava una certa differenza tra il registro di petto e quello di testa, che tendeva a essere un po’ povero di armonici rispetto a quello centrale. L’esecuzione di Si, ritrovarla io giuro e di tutta la grande scena del secondo atto è stata sicuramente apprezzabile per precisione, espressione ed eccellente consapevolezza stilistica. Buona la prestazione anche di Francesca Pusceddu e Martina Serra, le invidiose sorelle Clorinda e Tisbe, che hanno mostrato degli interessanti mezzi vocali, capacità espressiva e doti attoriali notevoli, fondamentali per il loro ruolo e la minuziosa partecipazione richiesta dalla regia. Apprezzabile il comparto dei bassi baritoni (più baritoni che bassi per la verità…) caratterizzato da maggior facilità nel registro acuto rispetto a quello grave, da buone doti di pronuncia anche nelle velocissime articolazioni del testo e di ottima agilità nelle colorature più difficili. In particolare è stato convincente William Hernandez nel ruolo di Dandini, grazie a una vocalità sonora e omogenea, con un colore interessante e ricco di armonici. A ciò va aggiunta una recitazione spontanea e con un ottimo controllo dei gesti e degli spazi: un’interpretazione sicuramente di valore. Bravo anche Alessandro Spina nel ruolo di Alidoro, che sarebbe stato interessante sentire nella difficile aria alternativa del primo atto, mentre Il Don Magnifico interpretato da Fabio Maria Capitanucci è stato un personaggio ben realizzato sul piano scenico e vocale ma con un controllo ritmico talvolta non impeccabile. È apparsa meno precisa del solito negli insiemi e nella fusione delle sezioni l’Orchestra dell’Ente Concerti, mentre la Corale Canepa, istruita da Luca Sirigu, ha ben condotto i suoi interventi con discreta prontezza e ottimo stile, ma dovrebbe prestare qualche volta maggior cura nelle chiusure d’insieme delle frasi.Il pubblico ha complessivamente apprezzato la produzione, simpatizzando in particolare per la fatica della protagonista, mentre qualche isolato e ingeneroso dissenso si è sentito nei confronti del tenore, poco rispondente a certi modelli vocali mediatici di riferimento.
Gabriele Verdinelli

L'opera

La Cenerentola

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