Rassegna stampa

Suor Angelica a Sassari

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Il Teatro Comunale di Sassari, per l’Ente Concerti “Marialisa de Carolis”, si segnala fra i primi teatri subito organizzatisi dopo la serrata per non rinunciare all’andata in scena di spettacoli già programmati o in corso di preparazione, trasmettendoli gratuitamente in diretta streaming senza la presenza in sala di alcun spettatore, come da restrizioni imposte per il dilagare del Covid-19. Ha fatto di più. Consapevole del momento di difficoltà in cui versano gli artisti, ha deciso di proporre in diretta tutte le recite, che sono tre (quella di ieri sera, 6 novembre, della quale riferiamo, quella di oggi, 7 novembre, ancora alle ore 20:00, e domani, 8 novembre, alle ore 17:00 – qui il link per la visione), così da onorare gli impegni presi con tutti coloro che hanno dato vita alla produzione di Suor Angelica di Giacomo Puccini, preceduta dalla prima esecuzione assoluta di una Ave Maria, composta da Stefano Garau, compositore e direttore artistico del teatro di Sassari, che ha aperto la serata salutando gli spettatori collegati online. La sua Ave Maria, per soprano e orchestra, è ricca di intimo abbandono. Non è un caso che il compositore ricordi nello spartito una frase di Fabrizio De André, che ci piace riportare: “quando non hai nessuna possibilità di decidere del tuo destino, ti metti nelle mani di qualcuno che, in quel momento, speri che esista. E così ti arrendi alla tentazione della preghiera: non una preghiera tua, che forse non ne sei capace, ma una di quelle che ti hanno insegnato da bambino e che, magari, ti ricordi ancora a memoria”. Garau sembra predisporci, con questa sua musica riflessiva, al desiderio di quel pietismo religioso mariano che aiuta nei momenti in cui non si è in grado di regolare il nostro futuro e ci si affida pertanto, come per istinto, qualunque sia il nostro grado di religiosità, al conforto di una preghiera che tutti conosciamo, qui intonata senza intenti redentivi o salvifici, ma solo come conforto all’anima in tempesta, che cerca per le nostre insicurezze l’approdo in un porto sicuro. La musica coglie tutto questo, in un canto di composta emozionalità, che viene idealmente dedicato, come ben sottolineato dal maestro Garau, a tutte le persone che soffrono, in un momento in cui si è voluto dimostrare, nonostante tutte le difficoltà, che “il pensiero e la musica non si fermano”.
Dopo l’esecuzione di questa toccante pagina, eseguita con equilibrio espressivo e sentimento dal soprano Elisabetta Scano, ecco aprirsi il sipario su una Suor Angelica affidata alle cure registiche di Giulio Ciabatti, al suo quarto allestimento di quest’opera. Con costumi di Filippo Guggia e impianto scenico sobrio ed essenziale di Maddalena Moretti, formato da una foresta di sottili colonne delimitanti gli ambienti di un convento che, dalla visione in streaming, appare avvolto in un grigiore spettrale e senza via di speranza o riscatto, il regista costruisce – come sottolinea lui stesso – “una riflessione sulla dimensione del desiderio e del dolore”. Ne fa una storia di anime segregate in un contesto purgatoriale dove si consuma un’attesa che sembra portare al nulla: un limbo che tiene sospesa la vita del convento, anche quella vissuta nei suoi aspetti più sereni di quotidiana ripetitività, come in un sogno indefinito. Questa penitenziale atmosfera monastica si rompe con l’arrivo della Zia Principessa, che con la crudele ipocrisia che le è propria porta a Suor Angelica il ferale annuncio della morte del figliolo strappatole dalla nascita e nato da un peccato d’amore per la cui colpa la nipote è stata destinata al convento. Entrambe le donne, in quel momento, si condannano al loro destino: l’una chiusa nel sordo rancore delle ragioni di famiglia e dei suoi diktat nobiliari, l’altra pronta alla decisione estrema di darsi la morte nella speranza di ricongiungersi al figlio morto, che alla fine dell’opera Ciabatti non farà apparire, limitandosi a risolvere il miracolo con una luce che avvolge la scena attorno alla ormai agonizzante Suor Angelica. Nel duetto fra zia e nipote, fulcro drammaturgico dell’opera, la regia compone un quadro di temperatura drammatica volutamente fredda, con gesti composti, misurati, con le espressioni dei volti che sono riflesso, pur con diverse prospettive, dell’incapacità di dar spazio alla felicità. È in questo preciso momento, dopo il “cicalecciare” delle suore, che l’abisso si spalanca e porta con sé le conseguenze di un dramma senza speranza, colorandolo di gelida freddezza.
Ecco la splendida Zia Principessa di Anna Maria Chiuri, la cui interpretazione resta impressa nella memoria. Entra in scena avvolta nell’oscurità, come un nero fantasma, vocalmente sontuosa ma anche nobile nel gesto, ridotto all’essenziale, chiuso nel rigore di una disumanità conturbante, incisiva nel dar sordo rilievo alle sue parole di alterigia senza che mai nel suo canto una parola venga sprecata (incisi simbolo del carattere implacabile del personaggio, come “Di penitenza”, “Chi per amore condonò la colpa di cui macchiaste il nostro bianco stemma!”, “Espiare!”, sono piccoli capolavori). Si offre così come giusto contraltare alla crescente angoscia che pervade l’animo della Suor Angelica di Maria Teresa Leva, la cui voce, fresca e luminosa, domina al meglio delle sue possibilità una parte che, come ben sappiamo, in passato ha creato problemi anche a nomi altisonanti che l’hanno avvicinata scontrandosi dinanzi a passaggi difficilmente risolvibili, soprattutto nel finale, al momento di intonare “La grazia è discesa dal cielo!” e, dopo aver ingerito la pozione di erbe velenose, affidandosi alla febbrile ansia emozionale di “Ah! son dannata!”. Reggerne il peso emotivo, in bilico fra effusioni angeliche e sfoghi dell’anima, non è facile, soprattutto quando la vocalità, una volta abbandonato il canto di conversazione e il delicato lirismo – da sottolineare è il bel rilievo che Maria Teresa Leva dona a un “Senza mamma” dove il legato è sostenuto anche da una buona dose di colori e sfumature, peccato solo per la nota conclusiva che, nell’atto di essere sfumata, alla prima è apparsa un po’ incerta – richiede una forza che, nel finale appunto, la costringe, prima al culmine dell’esaltazione mistica e poi, presa coscienza del compiuto atto di suicidio, a giocar in difesa su suoni acuti di limitato spessore vocale, così come appare sentendola in streaming. Rimane però la sostanziale correttezza con cui questa già affermata cantante si presta a una lettura della parte dove alla concitazione si antepongono dolore e sgomento delicatamente delineati con un eloquente lirismo, a tratti anche raffinato nell’utilizzo di suoni smorzati, così da far emergere le luci sulle ombre. Ottimi anche i ruoli di contorno, con l’ottima Badessa di Giovanna Lanza, e poi tutte le altre suore: Sara Rocchi (La suora zelatrice), Lara Rotili (La maestra delle novizie), Elena Schirru (Suor Genovieffa), Chiara Tosi (Suor Osmina), Laura Delogu (Suor Dolcina), Vittoria Lai (La suora infermiera), Rita Cugusi (Prima cercatrice), Laura Scanu (Seconda cercatrice) Elena Pinna (La novizia), Margherita Massidda (Prima conversa), Cristina Raiano (Seconda conversa).
La bacchetta di Aldo Sisillo, alla guida della Orchestra dell’Ente Concerti “Marialisa de Carolis”, almeno a giudicare dall’ascolto in streaming, sembra puntuale e attenta alle risorse del dramma, colorando la musica di Puccini di quel grigiore che avvolge le volute di questo convento di dolore, dove espiazione o assoluzione non sono possibili ma restano, pur con impennate che qua e là l’orchestra si concede, ascritte in un limbo di soave mestizia e di incompiuta catarsi salvifica adeguatamente sottolineate a conclusione dell’opera. Al termine della recita gli artisti appaiono uno ad uno al proscenio del teatro vuoto, in un sospeso silenzio, come a ricevere idealmente gli applausi di ognuno di noi da casa, per una serata che, in questi momenti bui, conferma la volontà di molti teatri italiani di non fermarsi e di continuare la loro “missione” culturale e formativa. Perché, sia chiaro, di missione si tratta, non di “intrattenimento”, come si è malauguratamente sentito spesso ribadire a sproposito.
Alessandro Mormile

L'opera

Suor Angelica

La seconda - e più amata dall'autore - delle tre opere del "Trittico" (1918) è Suor Angelica: una donna che da sette anni vive chiusa in un convento a causa di un amore clandestino,...

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