Rassegna stampa

Suor Angelica in streaming a Sassari

Operaclick.it

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Ci sono opere come Butterfly, Traviata e, per l´appunto, Suor Angelica, i cui finali sembra che siano più di altri in grado di toccare le corde dell´emozione fin quasi alle lacrime anche dopo innumerevoli ascolti, e la produzione andata in scena a Sassari senza pubblico, ma diffusa gratuitamente in streaming, non ha fatto eccezione: ma in questo caso per un finale che ha trasceso il lato puramente musicale, comunque diciamo subito di ottima qualità. Al termine dell´opera infatti il momento delle uscite di artisti e direttore si è consumato in uno spettrale silenzio, con le tante cantanti che si schieravano sul palco rigorosamente protette dalla mascherina che non impediva di cogliere la tristezza del volto, che arrivava come un vero e proprio schiaffo rispetto ai sorrisi e ai gesti che solitamente accompagnano questo rito. E quando il direttore ha invitato l´orchestra ad alzarsi l´inquadratura è subito passata a mostrare la platea, dove distanziati e in piedi stavano tutte le maestranze del teatro, e una lunga carrellata mostrava i loro volti parimenti affranti, in un silenzio che si faceva sempre più assordante. Emozione fin quasi alle lacrime, si diceva: e così è stato nel vedere ancora una volta i teatri chiusi per pandemia, ma che stavolta vogliono combattere con tutte le forze una disperata battaglia per non soccombere, continuando a produrre spettacoli. E se il pubblico non può assistere dal vivo lo fa con un mezzo, quello dello streaming, che passa dall´essere mero sfoggio di tecnologia moderna a mezzo di sopravvivenza. Non più surrogato ma necessità, nel nome della cultura e dell´arte che ci devono ricordare quanto loro siano ancora fondamentali per la nostra vita. Lodi senza riserve vanno quindi al Teatro Comunale di Sassari per avere organizzato una trasmissione in altissima definizione che ha permesso di cogliere tutti i particolari dello spettacolo, e con un sonoro parimenti di ottimi bilanciamento e qualità. Nel programma di sala il regista Giulio Ciabatti ricorda di essere al suo quarto allestimento di quest´opera, quasi un record per un titolo che non è certamente desueto ma nemmeno fra i più frequentati del repertorio; consapevole delle necessità di non ripetersi, il regista ha però sempre mantenuto la sua visione di fondo, quella di una storia “che ci parla di anime penitenti, accolte in un luogo ospitale nel quale scontare una condanna, senza alcuna certezza di redenzione o assoluzione. Escluse dal mondo di fuori, separate dal suo sguardo. Recluse, internate, in un luogo di correzione, in un istituto di pena che le rende umili e sottomesse. Un luogo dove sedare e seppellire ogni desiderio, ogni tentazione”. E infatti la scena fissa ideata da Maddalena Moretti mostra un luogo tetro e claustrofobico delimitato da alte colonne quasi senza fine, dove la vocazione è proprio l´ultima cosa che vi si può scorgere: un vero e proprio raccoglitore di scarti umani come lo abbiamo conosciuto da tanta letteratura (Promessi Sposi in primis) destinato a inutili figlie cadette della nobiltà del luogo e/o a quelle che avevano messo in pericolo la reputazione della famiglia. La Zia Principessa totalmente avvolta di nero compare quasi come una personificazione del buio che avvolge il convento, e allo stesso modo si allontana, omaggiata da una Badessa fredda e crudele quasi come lei, se non più di lei: nel momento di massima sofferenza di Angelica schiantata a terra dopo la notizia della morte del figlio, le mette in mano la pergamena da firmare arrivando a guidare la sua mano, nell´evidente volontà di ottenere vantaggi economici per la sua posizione (e l´interprete Giovanna Lanza è bravissima a personificarla nella figura e nell´accento che imprime alle sue frasi). Il finale è sobrio e misurato, non c´è l´apparizione della Vergine col bambino in braccio ma una luce che schiarisce progressivamente l´oscurità verso la quale Angelica volge lo sguardo agonizzante, lasciando intuire che il miracolo è tale nella sua mente. In definitiva, una regia che rispetta tutte le pieghe del libretto senza proporre soluzioni di scavo psicologico ma anche senza didascalismo fine a se stesso, grazie all´ottimo lavoro svolto sulle interpreti. Nel cast giganteggia la Zia Principessa di Anna Maria Chiuri, che scandisce le frasi d´ingresso Il principe Gualtiero vostro padre…la principessa Clara vostra madre con una pausa e un cambiamento d´espressione che trasudano autorità e obbligo di sottomissione; impressionante poi la progressione sonora di Nel silenzio di quei raccoglimenti che va di pari passo con quella del fraseggio, sempre più incalzante fino all´esplosione dei la bemolli di Espiare! senza che la compattezza della voce si incrini o venga meno. Ed è molto brava anche Maria Teresa Leva, che seguendo l´impostazione registica canta un personaggio destinato alla sconfitta fin dal suo esordio, con l´accento che si increspa leggermente giusto durante “Sorella di mia madre voi siete inesorabile!” e nelle frasi seguenti. Molto sentito e ben cantato il Senza mamma, concluso con l´ultimo Amore che si assottiglia fino allo spasimo in un estremo lamento dell´anima, e ben risolti tutti gli scogli di La grazia è discesa dal cielo, con i do acuti centrati e tenuti, e soprattutto del finale, anche se lo streaming forse non permette di valutare appieno quanto la voce effettivamente passi il sinfonismo della scrittura pucciniana. Molto bene tutto il folto stuolo di suorine, Sara Rocchi (La suora zelatrice), Lara Rotili (La maestra delle novizie), Chiara Tosi (Suor Osmina), Laura Delogu (Suor Dolcina), Vittoria Lai (La suora infermiera), Rita Cugusi (Prima cercatrice), Laura Scanu (Seconda cercatrice) Elena Pinna (La novizia), Margherita Massidda (Prima conversa), Cristina Raiano (Seconda conversa), con una menzione per l´ottima Suor Genovieffa di Elena Schirru che canta con partecipazione l´arietta Soave Signor mio. Sempre per quanto si possa capire dall´ascolto pur di ottima qualità dello streaming, la direzione di Aldo Sisillo è molto attenta a cercare di realizzare tutte le nuances che una scrittura come quella pucciniana sa offrire, ricercando le atmosfere del canto di conversazione della prima parte e non premendo troppo sul pedale del gigantismo sonoro nella seconda: non possiamo essere sicuri di quanto il rapporto buca-palcoscenico non ne esca sbilanciato dal vivo, ma possiamo dire con certezza che sono stati assicurati compattezza e precisione.

Domenico Ciccone

L'opera

Suor Angelica

La seconda - e più amata dall'autore - delle tre opere del "Trittico" (1918) è Suor Angelica: una donna che da sette anni vive chiusa in un convento a causa di un amore clandestino,...

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